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LA RAGAZZA DEL MULINO DAL PROFUMO DI SPEZIE feat by Ennio Morricone

Aggiornamento: 7 lug 2020

Un posto dimenticato dalla geografia

E quell’ odore di bruciato che emanava.

Quella prima volta in cui andarono a visitarlo nel tardo pomeriggio di un dicembre freddo.

Solo quell’odore che ricordava lo stesso emanato dai camini della mia infanzia in campagna dalla nonna mi aveva autorizzata a considerarlo mio, a dargli un nome, a dargli un aspetto diverso e già immaginato e sognato non solo ad occhi chiusi.

Le vecchie gabbie degli animali avevano ospitato chissà quali rituali d’amore di versi a noi incomprensibili e di movimenti lontani ma intrecciati nella stagione degli amori.

Il vecchio deposito degli attrezzi vi si erano bruciate anche le fatiche di chi li aveva usati.

La cucina prima consumata dai profumi e dalle cotture a bagno maria di barattoli di marmellata, si era arresa ad un fuoco che non poteva domare la migliore delle nonne in grembiule.

Non sembrava esserci traccia di un solo lombrico che almeno potesse con le sue gallerie ridare vita alla terra e ai fili d’erba che la nutrivano. Dove erano andati i lombrichi? Sarebbero bastate le acque piovane a farli tornare per dare di nuovo vita al mulino?

Quante volte avrei voluto essere tanto convinta di voler fare qualcosa come in questo momento. Aerei non presi, studi non approfonditi, persone mai incontrate ma adesso ero certa, ero certa che tutto si potesse realizzare, che i lombrichi sarebbero tornati.

Mi tremava la mano, firmavo il contratto di acquisto e guardavo realizzarsi il nostro sogno a occhi aperti, occhi che si guardavano per dirsi che non ci saremmo mai delusi a vicenda.

Iniziammo a lavorarci subito dopo, nemmeno il tempo di un brindisi dopo il notaio.

Archi da arrotondare, strade da sistemare, locali da riordinare e pulire, mattoni da incastrare, muschi e ragnatele da togliere e scatoloni da svuotare. Scatoloni che odoravano di sotterraneo, scatoloni che avevano preso persino il buio di quelle cantine dove da anni riponevo oggetti che “forse un giorno mi serviranno per….”

Scatole piene di sogni che si stavano realizzando nei rumori dello scotch per aprirle nell’ odore di umido che restava anche sulle nostre mani fino a sera.

Mia sorella era venuta a darci una mano. Un giorno aprendo una di quelle scatole trovo' qualcosa che la colpi e mi guardo’ con aria interrogativa

Le spiegai, quasi imbarazzata. Erano due foto che ritraevano una bimba. In una molto simpatica la bimba fingeva di parlare al telefono. Ma l’altra foto era la mia preferita. Quella stessa bimba un po’ piu' cresciuta ed in carne rispetto a quella del telefono era in maschera illuminata di un sorriso che forse io non avrei mai avuto indossando un abito come quello, un abito che forse mia madre aveva provato a farmi mettere. Io e le principesse delle fiabe proprio no. Ma a quel sorriso e a quella bimba della foto quell’abito stava d’incanto.

Le raccontai che da piccola consideravo quella bimba come un’amica e ci parlavo. Qualcuno aveva le bambole io avevo quella foto. Mi ci ero affezionata e mi ci addormentavo come fosse una compagnia, lei sotto il cuscino e io sopra. Non lo avevo mai raccontato nemmeno a mia sorella Francesca, era proprio un mio segreto. Mio e della mia amica vestita da principessa.

Non avevo mai saputo perché in un cassetto i miei genitori avessero quella foto. Non era un ritaglio di giornale né una foto di quelle vecchie di quando mamma era piccola. E non avevo mai chiesto per il timore di aver toccato qualcosa che non avrei dovuto.

Crescendo quella foto era rimasta un ricordo, tornata di nuovo ad abitare in qualche cassetto e finita chissà come in uno dei miei scatoloni.

Sua sorella la guardò ancor più stupita di prima.

“Volevo solo sapere cosa facessero queste mie foto qui? “

“Eri tu? Sei sempre stata tu?”

E capii che lei era sempre stata con me ancora prima di sapere di avere una sorella più grande di me, ancora prima di quel pomeriggio in cui ci ritrovammo a visitare lo stesso papà in ospedale, ancora prima di quel pomeriggio insieme al cinema a vedere Pocahontas, ancora prima della casa della Barbie, ancora prima che i miei genitori mi spiegassero cosa fosse successo nella vità di papà prima che lui fosse il mio papà.

Ci avevo sempre parlato con quella foto, senza sapere che nelle mani avevo quello che per molti anni era stato un segreto, proprio per proteggermi.

Ci fu un abbraccio, delle lacrime e i lavori del mulino andarono avanti.

Oggi quel mulino è un gruppo di attori che portano in scena emozioni, è un orto e cene solidali per i ragazzini del Rwanda, è musicoterapia, oggetti in legno che rappresentano disegni nella mente di qualcuno che vuole renderli reali, farfalle viste da vicino, spezie coltivate ed essiccate, conservate in barattoli e confezionate in cesti meravigliosi.

E’ il profumo di orto. È il dondolare di un’amaca e la comodità di cuscini a terra che accolgono chiacchiere tra amici, confidenze tra ragazze, segreti fra amanti e stupidate fra quarantenni

E’ un legno che diventa una culla ancora con il profumo delle sue stagioni pronto a dondolare i sonni più tranquilli di un infante non ancora nato. E' una scacchiera non a due colori, non in bianco e nero ma con tutti i colori degli alberi che le hanno dato vita. Sembra aver fatto scacco matto al destino.

La ragazza del mulino dal profumo di spezie. Se sia il mulino a profumare di spezie o la ragazza del racconto non ci è dato saperlo. Lei, le spezie essiccate al sole ed il mulino bruciato sono ora un’unica cosa.




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