top of page

PER UNA "T" feat by Fiorella Mannoia - Sempre Sarai

Non ero mai stata una di quelle che ragionava sui tasti dell’ascensore. Dunque statisticamente il tasto più premuto è il T del terreno perché tutti scendono mentre quando le persone salgono ognuno va al proprio piano. Potenzialmente il mio piano lo schiacciamo io, i miei familiari quando passano a trovarmi, qualche amica e la mia vicina di casa se ci fosse ancora.

Non ero mai stata una di quelle che al bar girava la tazzina perchè i mancini sono molti meno dei destri e quindi potevo mettere la bocca dove l’avevano messa meno persone.

Al bar poi, più che a metter bocca si pensa a mettere il becco negli affari di un quartiere che tra tazzine, sigarette e scommesse passava le mattine in quell’angolo di periferia.


Non ero mai stata una di quelle che si portava il lavoro a casa. Non era mai stato un lavoro facile ma cercavo il più possibile di mettere via il mio camice chiudendo con lui nell’armadietto anche tensioni ansie e paure che mi avrebbero accompagnato fino al turno successivo. Mi restava tutto nel taschino quello con cucito il nome dell’ospedale, il mio nome, il mio reparto e con infilata una penna.

Ma adesso rischiavo davvero di portarmi a casa il lavoro con tutta la sua carica batteriologica e con una aggressività fatta di piccoli tocchi e goccioline che non avevo mai visto prima

Avevo lasciato la mia casa per trasferirmi nella vecchia casa di mia nonna, per non portare a casa a mio marito e ai miei figli quella infinitesima quantità di lavoro che potesse far loro del male.

Era una palazzina dove vivevano molti anziani, la mia nonna ci aveva lasciati qualche anno prima. Quella era stata la casa della mia infanzia, ero cresciuta con la mia nonna e con le sue vicine ed i loro nipoti. A mangiare pane e pomodoro a merenda. Amavo tutto di quella casa ora così silenziosa.

Mi piacevano le macchie quelle che non avevo mai voluto far togliere. A dire il vero non erano macchie, per me erano tracce. Del colore del caffè su fogli abbandonati nei cassetti di quando stavo scrivendo emozioni o formule o riassunti di anatomia. Di pennarello sui muri, traccia di una me bambina che era cresciuta pentendosi di averlo fatto come quel segno di bruciatura sul suo comodino di un pomeriggio qualsiasi e di ragazzine annoiate che si erano messe a fare esperimenti con le candele.

Mi piaceva il profumo di saponette nei cassetti, vuoti di vestiti ma pieni delle sue domeniche a scegliere il migliore per la passeggiata con me. Una volta cresciuta quando il lavoro mi portava spesso negli alberghi le portavo sempre le piccole saponette rubate dal bagno e lei riempiva i cassetti per farli profumare e con la speranza di poter essere con me in uno di quei viaggi. Invece non ero con lei nemmeno quando decise di fare il suo viaggio più lungo.


Forse era stato proprio un tasto T schiacciato troppe volte. Tutto iniziò una sera o forse era iniziato da qualche giorno ma non ci avevo dato peso. Io che ero sempre così attenta a quanto pesassero le borse della spesa per non esagerare con le sfide al mio cuore anziano, io che ero sempre così attenta al mio peso per capire se stavo bene e se cominciassero a pesare più gli anni che avevo e la mia anima che non il mio povero scheletro.

Al ritorno da messa, un piccolo sacchetto e le scale per arrivare alla mia porta. Mi mancava il fiato ma d’altra parte la mia età poteva essere certo di quelle da far mancare il respiro, una volta lo facevo mancare agli altri adesso era arrivato il momento che mancasse a me.

Svuotai la borsa con la mia cena. Da quando il mio Mr T non c’era più a me bastava proprio poco. Mr T, Tiziano, lo avevo chiamato così da sempre con quel semplice “Ti” che ci ricordava quante volte ci eravamo detti “Ti Amo” . Mi sedetti sul divano prima di iniziare a cucinare e accesi la tv perché a volte guardare qualche stupidata non mi faceva pensare ad altro. Forse era il momento giusto per non pensare che potesse essere arrivato il momento. La tv non riuscì a distrarmi. Non avevo fame e mi sentivo calda molto calda. Non volevo provare la febbre, non riuscivo ad alzarmi in verità. Poi i brividi, poi il sudore sulla fronte. Chiamai Chiara. Arrivò qualche minuto prima dell’ambulanza che lei stessa aveva chiamato. Quando mi sentì al telefono capì che ero confusa, le mie parole troppe lontane l’una dall’ altra per poterle far capire come stessi veramente ma abbastanza vicine da farla spaventare.


Ecco iniziava un altro turno. Il BIIIIP dell’orologio era un altro nuovo turno in attacco. Ero quasi stufa di sentire parlare di noi al TG, di vedere giornalisti qui in giro fuori dal pronto soccorso a fare domande.

“Come si sente la sera quando torna a casa? “

Capisco, loro vogliono raccontare qualcosa di più emozionante dei numeri: decessi, ricoveri, guariti, contagi, gli stessi numeri che noi abbiamo sulle lavagne del reparto e che loro sommano a tutte le altre lavagne di tutti gli altri ospedali, accomunandoci così in un percorso di dolore che aumenta ogni volta che si libera un numero di un letto in terapia intensiva per riempire quello dei decessi.

“Come si sente la sera quando torna a casa? “

Non vorremmo mai raccontare di quanta angoscia e frustrazione. Abbiamo mentito, forse molti di noi hanno anche mentito davanti alla Tv perché non volevano far veder davvero quanta fragilità dietro questo nostro essere etichettati come eroi e dipinti nei quadri al posto di un Batman qualsiasi cestinato lì accanto.

Eccola ne stava arrivando un ‘altra. Ormai lo capivo solo a guardarli, da quel loro respiro cosi faticoso da quelle barelle che sembrava infastidirli da tanto andavano veloci perché facevano perdere loro il ritmo giusto per dare fiato alle parole e ai polmoni. Sembrava facessero fatica anche a dar fiato ai pensieri.

Non avevo bisogno di tamponi, era ancora una anziana che stava arrivando al nuovo reparto.

I colleghi mi raggiunsero in ascensore con la barella e schiacci io il tasto T. Al terreno c’erano il pronto soccorso e la terapia intensiva ma io ero di turno in reparto al secondo piano. Quando la T si illuminò mi pregarono di seguirli perché stavano arrivando tantissimi casi da lavagna, tanti che “oggi non riusciremo a stare dietro ai numeri” mi disse il collega.

Così decisi di restare in terapia intensiva e non ci fu alcuna riorganizzazione dei reparti da quel giorno e per molti altri ancora, tutti eravamo dedicati al destino di queste persone e ad aggiornare lavagne.


Chiara era rimasta a casa non aveva potuto accompagnarmi qui. Un qui che non sapevo dove fosse ma poteva essere un qui qualsiasi perchè in realtà io ero altrove, forse nella mia bolla, forse dentro la mia maschera. C’era una ragazza che mi diceva di stare tranquilla che avevamo fatto il tampone ed era lui, era il virus quello cattivo di cui parlava la TV.

Ma perché mi parlava di me, io volevo sapere degli altri, di mia figlia, dei miei nipoti, volevo sapere se erano stati avvisati, ricordavo di aver lasciato Chiara davanti al portone di casa mia che piangeva. Non riuscivo a parlare, possibile che questa ragazza non riesca a capire che voglio sapere di loro? Perché questa ragazza non mi diceva se li avrei mai rivisti?

Mi addormentai. Quando mi svegliai vicino alla ragazza di prima c’era una dottoressa e parlavano di me.

“Abbiamo avvisato i familiari della signora?”

“Non lo so Dottoressa, ora chiedo “

“Perfetto, informati e poi se non lo ha fatto nessuno fallo tu per favore. Poi appena si sveglia faglielo sapere, probabilmente il suo pensiero ora è più per i suoi nipoti e per i suoi figli che per chiunque altro, non ha tempo per pensare a se stessa”

“Lo faccio subito e scusi se non ci ho pensato prima”

“Imparerai”

Quella dottoressa aveva capito come mi sentivo veramente. Non solo i paramenti vitali, i Bip del monitor, il disegnino del mio cuore lì nello schermo. Quella giovane doveva essere una delle allieve che si erano ritrovate a crescere all’ improvviso in esperienza medica ed in esperienza di vita.


In quella casa vuota in cui mi ritrovavo la sera mi portavo i dialoghi che avevano accompagnato la mia giornata

E mi portavo a casa i segni quelli forti delle mascherine e degli occhiali indossati a schermo di tutto ma non della fatica, dell’angoscia e delle lacrime di quei giorni Segni diversi dal trucco delle serate frivole di quando ero giovane.

Non ero sola, quei segni mi tenevano compagnia come se avessero segnato la storia della mia giornata. Ripensavo a tutti i movimenti della giornata, ripercorrevo i miei gesti. Chissà se avevo eseguito in modo corretto tutte le procedure di protezione. Avevo sempre la sensazione di aver lasciato qualcosa in sospeso. In realtà quello che lasciavo era un credito di ansia e di angoscia che potevo condividere solo per qualche minuto con la collega del turno dopo e che mi avrebbe aspettato fino al prossimo BIIIP dell’orologio quando avrei riscosso la mia parte.

In quella casa vuota in cui mi ritrovavo la sera mi resi conto che da qualche giorno non sentivo più la televisione della signora che stava di casa di fronte alla mia. In qualche modo ascoltare la sua TV mi faceva compagnia. E la sentivo ridere di tanto in tanto prima di addormentarmi la sera.

La colazione con la mia famiglia era uno dei miei momenti preferiti ,mia figlia mi aveva lasciato il suo Ipad perchè potessimo farla ancora insieme., con la scatola di cereali che sbatteva per illudere i gatti che fossero le crocchette, le fette biscottate di mio marito ed io che gli consigliavo di guardare se ce ne fossero abbastanza per il giorno dopo o se dovesse comprarsele, i ragazzi che mi aggiornavano sulle videolezioni della giornata e su come avevano trascorso la sera prima insieme a papà. Mio marito che mi amava anche con i segni sul viso, forse ancora di più. Diceva che erano piu belli dei segni lasciati dal tempo e che avevano un grande significato per la nostra famiglia, per la mia carriera e per tutte le persone che stavo aiutando a vivere. Allora li salutavo mandando loro tantissimi baci connessi, lontani ma connessi come non mai.


Eccole di nuove qui: la dottoressa giovane e la dottoressa esperta. Parlavano tra di loro ma volevo che si girassero verso di me, volevo far loro capire che mi sembrava di sentirmi meglio e avrei voluto togliermi quella fastidiosa bolla di sapone in cui avevano messo la mia testa.


Io ero una di quelle sì, una di quelle che si era scritta sulla schiena il nome. Perché eravamo tanto nascoste da essere irriconoscibili e non c’era cosa più brutta anche per i nostri malati che non sapere chi si celasse dietro tutto quel tessuto e quella plastica. Lo avevo scritto a caratteri grossi perché si vedesse da lontano. Quando i miei pazienti mi chiamavano per nome voleva dire che ce l’avevano quasi fatta. Fu la mia giovane aiutante a togliere il respiratore alla signora arrivata qualche settimana fa, io mi voltai apposta di spalle perché lei leggesse bene ad alta voce il mio nome.


“LA TER-RY”, fu la prima parola che riuscii a pronunciare fuori dalla bolla. Era il nome che simpaticamente la dottoressa si era scritta sulla schiena, insieme ad un sorriso disegnato a colori.


In quel momento quando la vidi bene fuori dalla bolla di sapone la riconobbi. Era la signora Tilde, la vicina di casa della mia nonna che era diventata la mia nuova vicina di casa e che da qualche giorno non avevo più sentito attraverso quei sottili muri che ci separavano. Ed ora per uno scherzo del destino ci eravamo trovate ad essere vicine di casa qui in reparto, separate da strati di guanti e maschere e tute e “bolle di sapone” come chiamavamo noi i caschi respiratori.

Non poteva riconoscermi, si ricordava di me quando ero piccola e ricordava perfettamente la mia nonna che a quanto pare mancava tantissimo anche a lei perché l’aveva lasciata sola in quel freddo pianerottolo di periferia.


Ricordo che anche da piccola la chiamavamo tutti così, “la Terry”. La prima cosa che le chiesi fu di poter vedere o parlare con i miei cari. Teresa mi chiese il numero di Chiara ed io con determinazione e lucidità glielo dettai perché lei potesse chiamarmela e poi perché sentissi la sua voce finalmente dopo giorni e giorni di silenzio.

“Chiara, sono la mamma, sono uscita dalla bolla, come stanno i ragazzi ?“ .


Avevo deciso di rinunciare al mio momento preferito della giornata. Presto quando tutto sarebbe finito avrei potuto fare di nuovo colazione con i miei ragazzi e mio marito e ascoltare di nuovo con piacere tutti i nostri rumori di fette biscottate ruminate e cereali sbattuti. Lo chiesi a mia figlia e non ebbe nulla in contrario.

Il mio momento preferito della giornata diventò così quello di Tilde quando con l’ Ipad di mia figlia poteva salutare Chiara, suo genero e i suoi nipotini prima di una nuova giornata di “Sarworking” e di scuola senza banchi come le chiamava lei. E poi la sera prima di cena si vedevano di nuovo e si auguravano la buona notte in anticipo.

A volte partecipavo con lei alle chiamate per poterla aiutare. Rivedevo nei loro momenti tutte le mie fragilità. Mi ricordavo di me bambina e di quanto anche io come quei ragazzini fossi tanto innamorata della mia nonna per poi vivere crescendo in un continuo rimorso per essere diventata una nipote assente, presente per lo studio, presente per il lavoro, presente per la famiglia che mi ero costruita ma molto assente proprio con la mia nonna che non me ne fece mai una colpa ma mi consolò sempre dicendo che lei capiva.


Passavano i giorni e mi sentivo sempre meglio. Capitava spesso che io e la Terry ci mettessimo a parlare e quelle parole insieme alle chiamate alla mia famiglia mi stavano facendo proprio bene, forse una medicina più buona dei farmaci.

Lei ricordava benissimo anche di mio marito e ricordava proprio quel particolare, che lo chiamavo Mister T. Le spiegai il perché e lo trovò davvero romantico tanto da farle venire le lacrime agli occhi. Beh, anche a me venivano sempre le lacrime agli occhi quando lo raccontavo a qualcuno.


Passavano i giorni e Tilde si sentiva sempre meglio. Capitava spesso che io e lei ci mettessimo a parlare e quelle parole insieme alle chiamate della sua famiglia le stavano facendo proprio bene, forse una medicina più buona dei farmaci.

Ricordavo benissimo suo marito e quella cosa che mi era sempre sembrata strana, che lo chiamava Mister T. “Perché si chiamava Tiziano e chiamarlo Ti ci ricordava sempre tutte le volte che ci eravamo detti Ti Amo” mi spiegò. Lei nel raccontarlo si era commossa come probabilmente si sarà commessa tutte le volte che lo aveva raccontato a qualcuno ed io la trovavo una storia talmente romantica da commuovermi con lei.


Il giorno in cui mi dimisero dall’ospedale c’era ancora tanta confusione, uno di quei giorni in cui anche noi ricoverati da tempo ci spaventavamo perché pensavamo che i nostri infermieri ed i nostri medici prima o poi sarebbero crollati in quella trincea di arrivi affannati uno dopo l’altro.

Non volevo disturbare Teresa, sapevo che per salutare me avrebbe tolto del tempo a qualcuno che nella bolla ci stava per entrare. Mi salutò con gli occhi splendidi che aveva da dietro quella maschera, sinceri come fossero alla luce del sole. Mi diede solo un bigliettino senza toccarmi, me lo infilò nella borsa e corse insieme alle nuove urgenze.


Quello era uno di quei giorni in cui tempo non ne avevamo. Uno di quelli in cui non si riusciva a stare dietro alla lavagna come quel giorno in cui Tilde arrivò qui. Sapevo che non avrei avuto molto tempo per salutarla ma mi ero promessa di andare a trovarla presto, questa volta davanti ad un buon caffè. Preparai solo un bigliettino che le infilai nella borsa quando la vidi allontanarsi dal reparto salutandola con l’unica parte del mio corpo che lei potesse vedere, i miei occhi.


Arrivata a casa aprii la borsa per cercare quel bigliettino. Teresa e Tilde, anche noi accumunate da una T. Avevamo sorriso spesso di questa cosa.


“La cosa che mi ha fatto davvero felice in questi giorni e che mi renderà sempre orgogliosa è che potremo ricordare insieme che io Ti ho curato”


Non vi erano dubbi, la storia della Ti l’aveva davvero colpita.



#RaccontiDiDo #PerunaT #unannodiCovid #camicibianchi #sorrisi #antidolorificodelcuore #grazie

14 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti
Post: Blog2_Post
bottom of page