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UN POSTO CHIAMATO "OCCHI AZZURRI"

Sono arrivata ad Asiago e ho sentito mia quella casa dal momento in cui Mauro mi chiese di annaffiare durante i giorni di permanenza le surfinie del portico. La sentii mia da quando seduta a leggere sul divano al centro della baita mi incuriosi’ il rumore dei passi dei miei figli al piano di sopra che evocavano legni di boschi che volevo andare a conoscere.

Ho visto trincee a segnare percorsi di guerra in tempo di pace, in tempo di pace ?

Ci immaginavo soldati a difendere e difendersi, quasi potevo sentire le voci vicino a me come se fossero loro a sgridare quel cane arrabbiato che passeggia con noi, Boston . A Boston danno fastidio le campane delle pecore, a Boston spaventa il vento, Boston non vuole stare solo e ogni tanto si ferma e ci conta per essere sicuro di essere con tutti noi.

Proprio come chi in trincea contava i suoi soldati.

Di qui è passata una tempesta qualche anno fa. Ha ribaltato 100 anni di alberi cresciuti per essere bastoni della vecchaia di questi monti e dei suoi sentieri e di chi si aiutava con i loro legni a far le salite. Ora bastoni della vecchiaia di ricchi imprenditori cinesi a farne mobili a poco prezzo.

Di qui è passata una tempesta molti anni fa, quella della grande guerra. Ha ribaltato uomini famiglie soldati e case e lasciato libri pesanti di elenchi di nomi, libri senza storie che hanno fatto la storia, di battaglie dove il sud era ad aiutare il nord, dove Garibaldi e i Mille erano già passati e nessuno lo aveva ancora dimenticato.

Ci sono ancora statue che fanno da vedetta a chi si avvicina ai luoghi del ricordo perché proprio lì sull’altopiano si sappia delle genti di Sardegna venute in soccorso di altri italiani

E poi quell’ azzurro.

A noi che siamo abituati a gioire per i canestri ci ha divertito un pomeriggio al sole a vedere goal attraverso una rete che divideva gli stanchi da chi dalla grigliata aveva trovato la forza, le ginocchia e le caviglie doloranti dai gesti degli atleti abituati alle sfide .

E poi quell’ azzurro.

Davanti a quella rete ho visto un abbraccio tra due amiche che spesso vedono come orizzonte comune quello del canestro avversario e qui inveve palleggiavano con la fantasia davanti a spazi incredibilmente fatti per il distanziamento sociale ma che loro guardavano stando più vicine che mai.

E poi quell’azzurro.

Ho visto fiori confondermi.

Fiori che sono stelle e danno forma a prati oppure ai cieli ? Resti confusa perché anche la linea tra terra e cielo qui non è così facile sentirla.

E poi quell’azzurro.

Fiori che sono campane e le senti in lontananza dal paese, i rintocchi che ricordano l’ora del rientro per la cena del malgaro.

E poi quell’azzurro.

Ho passeggiato di fianco alle fragole che poi diventano una etichetta di supermercato che si spalma nelle mie colazioni.

E poi quell’azzurro.

Odori di mucche e di pecore, attese con gli zaini in spalla per far loro attraversare i sentieri dove ci stavano ospitando ed un cane che ne e’ il custode e sa che non ne farà perdere nemmeno una al suo pastore.

E poi quell’ azzurro.

La cosa più bella e’ stato quell’azzurro.

L’azzurro degli occhi di Elisa, semplice nel suo sorriso e nel viso senza trucco. E nei suoi occhi leggevo l’amore per quella semplicità a noi a volte così lontana . Un po’ arrossata dal caldo della camminata e dallo sforzo della salita mi dice che lei è lì che si sente a casa .

E allora nei suoi occhi sento le mie stesse sensazioni per quei luoghi privi di grattacieli, cascate, regge e casino’. Semplici come gli asini, i prati, la pizzeria, gli amici, la birretta, il camino, un libro, due risate, la Messa, il caffè con l’amica.

E allora nei suoi occhi ritrovo i miei luoghi del cuore : Zavattarello, Fano, Senigallia, Quingentole

E ringrazio Elisa per aver condiviso con me il suo


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